Facebook e Google non ascoltano le nostre telefonate, non ne hanno bisogno

La convinzione che i nostri smartphone “ascoltino” ciò di cui parliamo è infondata, nonostante spesso accada che una pubblicità correlata all’argomento della nostra conversazione all’improvviso ci venga mostrata su Facebook o Instagram. Ed è una sensazione nota quella di pensare che in qualche modo il microfono del nostro smartphone abbia trasmesso un’informazione, trasformata poi in un contenuto sponsorizzato. Ma non è così, di fatto il tracciamento della nostre vite digitali dice tutto di noi, e Facebook, Instagram  e Google non hanno bisogno di ascoltare le nostre telefonate.

I fornitori di servizi online dispongono già dei nostri dati

Che le cose stanno proprio così lo ha ricordato anche Tristan Harris, co-fondatore del Center for Human Technology, ed ex responsabile dell’etica dei prodotti Google. Con la quantità di dati di cui dispongono i fornitori di servizi online, social e motori di ricerca non hanno affatto bisogno di ascoltare quello che diciamo. Al loro interno, spiega Harris, i server di Google o Facebook funzionano “come una piccola bambola Voodoo” che replica la nostra identità digitale. Clic col mouse, soste nella lettura di un articolo, visualizzazione di un punto preciso di una pagina, fotografie che guardiamo, profili che cerchiamo, sono dati che vanno ad alimentare l’identità del nostro alter-ego. La bambola Voodoo che, come dice Harris, intrisa di informazioni sul nostro comportamento, “si comporta sempre di più come l’utente reale”.

Lo stesso meccanismo che da sempre costituisce il business dei servizi gratuiti

Quello che avviene è una simulazione basata su modelli statistici e sulla proiezione digitale dei nostri bisogni fisici. In questo modo tutto ciò che società come Google e Facebook devono fare è “simulare la conversazione che la bambola Voodoo sta avendo, così ne conoscono il contenuto senza dover accedere al microfono”.

Perfezionato costantemente per anni il meccanismo è lo stesso che da sempre costituisce il business principale delle realtà che offrono servizi apparentemente gratuiti, ma che in realtà vengono ampiamente ripagati dai dati che cediamo loro. Una magia che si consuma all’interno dei database di miliardi di informazioni che cediamo volontariamente in cambio dell’utilizzo di funzioni per le quali non è richiesto un pagamento in denaro.

Non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni

Nel suo discorso, Tristan Harris fa riferimento in particolare all’analisi forense dei dati. Le analisi forensi consentono infatti di analizzare il contenuto delle informazioni che vengono trasmesse, oltre ad accertare quando e come il microfono venga attivato. Grazie a questo tipo di controlli, svolti da giornalisti, centri di ricerca e organizzazioni per i diritti digitali di tutto il mondo, sarebbe pressoché impossibile che un’app acceda senza autorizzazione al microfono degli smartphone senza che qualcuno se ne accorga (per non parlare dell’incremento del consumo di batteria). Tutti elementi, riporta Agi, che dovrebbero convincere del fatto che non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni. In realtà, noi già le forniamo alle aziende in modo spontaneo.

 

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