Facebook e Google non ascoltano le nostre telefonate, non ne hanno bisogno

La convinzione che i nostri smartphone “ascoltino” ciò di cui parliamo è infondata, nonostante spesso accada che una pubblicità correlata all’argomento della nostra conversazione all’improvviso ci venga mostrata su Facebook o Instagram. Ed è una sensazione nota quella di pensare che in qualche modo il microfono del nostro smartphone abbia trasmesso un’informazione, trasformata poi in un contenuto sponsorizzato. Ma non è così, di fatto il tracciamento della nostre vite digitali dice tutto di noi, e Facebook, Instagram  e Google non hanno bisogno di ascoltare le nostre telefonate.

I fornitori di servizi online dispongono già dei nostri dati

Che le cose stanno proprio così lo ha ricordato anche Tristan Harris, co-fondatore del Center for Human Technology, ed ex responsabile dell’etica dei prodotti Google. Con la quantità di dati di cui dispongono i fornitori di servizi online, social e motori di ricerca non hanno affatto bisogno di ascoltare quello che diciamo. Al loro interno, spiega Harris, i server di Google o Facebook funzionano “come una piccola bambola Voodoo” che replica la nostra identità digitale. Clic col mouse, soste nella lettura di un articolo, visualizzazione di un punto preciso di una pagina, fotografie che guardiamo, profili che cerchiamo, sono dati che vanno ad alimentare l’identità del nostro alter-ego. La bambola Voodoo che, come dice Harris, intrisa di informazioni sul nostro comportamento, “si comporta sempre di più come l’utente reale”.

Lo stesso meccanismo che da sempre costituisce il business dei servizi gratuiti

Quello che avviene è una simulazione basata su modelli statistici e sulla proiezione digitale dei nostri bisogni fisici. In questo modo tutto ciò che società come Google e Facebook devono fare è “simulare la conversazione che la bambola Voodoo sta avendo, così ne conoscono il contenuto senza dover accedere al microfono”.

Perfezionato costantemente per anni il meccanismo è lo stesso che da sempre costituisce il business principale delle realtà che offrono servizi apparentemente gratuiti, ma che in realtà vengono ampiamente ripagati dai dati che cediamo loro. Una magia che si consuma all’interno dei database di miliardi di informazioni che cediamo volontariamente in cambio dell’utilizzo di funzioni per le quali non è richiesto un pagamento in denaro.

Non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni

Nel suo discorso, Tristan Harris fa riferimento in particolare all’analisi forense dei dati. Le analisi forensi consentono infatti di analizzare il contenuto delle informazioni che vengono trasmesse, oltre ad accertare quando e come il microfono venga attivato. Grazie a questo tipo di controlli, svolti da giornalisti, centri di ricerca e organizzazioni per i diritti digitali di tutto il mondo, sarebbe pressoché impossibile che un’app acceda senza autorizzazione al microfono degli smartphone senza che qualcuno se ne accorga (per non parlare dell’incremento del consumo di batteria). Tutti elementi, riporta Agi, che dovrebbero convincere del fatto che non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni. In realtà, noi già le forniamo alle aziende in modo spontaneo.

 

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“Mangiar male uccide più del fumo”

La conclusione di uno studio pubblicato su The Lancet, definito l’analisi più completa degli effetti della dieta sulla salute, è lapidaria: mangiare male uccide più del fumo, della pressione alta e di qualunque altro fattore di rischio. A livello globale infatti una morte su 5 è riconducibile a un’alimentazione scorretta, ovvero povera di cibi alleati della salute, come i cereali integrali e i vegetali, e ricca di ingredienti poco sani, come sale e bevande zuccherate. Secondo lo studio, a cui hanno contribuito oltre 130 scienziati di quasi 40 Paesi del mondo, un quinto dei decessi potrebbe essere evitato adottando una dieta salutare. Che per gli esperti avrebbe l’impatto di un farmaco blockbuster.

“Siamo quello che mangiamo”

“Tutti noi siamo quello che mangiamo – sottolinea il coordinatore dello studio Ashkan Afshin, dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme) dell’università di Washington (Usa) -. e il rischio riguarda trasversalmente persone diverse per età, sesso e status economico”.

Nel 2017 un regime alimentare sbagliato è stato responsabile di 10,9 milioni di morti (contro gli 8 milioni di decessi associati al tabacco e i 10,4 milioni da ipertensione), pari al 22% delle morti registrate Una dieta scorretta inoltre è risultata complessivamente responsabile di 255 milioni di anni persi per morte prematura determinata da una patologia, o perché vissuti con disabilità (Dalys).

Nel 2017 l’Egitto ha riportato il più alto tasso di decessi legati all’alimentazione 

Tra i 20 Paesi più popolosi del pianeta nel 2017 è stato l’Egitto a riportare il più alto tasso di decessi legati all’alimentazione e il numero maggiore di Dalys, mentre all’estremo opposto c’è il Giappone. Ma benché l’effetto dei singoli fattori dietetici sia variabile da un Paese all’altro sono 3 le abitudini che coprono più della metà dei decessi associati a una cattiva alimentazione e 2 terzi (66%) dei Dalys: basso apporto di cereali integrali, poca frutta, alto consumo di sodio. L’altra metà delle morti e il 34% dei Dalys vengono invece ricondotti a un elevato consumo di carne rossa, carni lavorate, bibite zuccherate e acidi grassi trans. In altre parole, commenta Afshin, “stiamo evidenziando che ‘pesa’ di più mangiare pochi cibi sani che consumarne tanti malsani”.

Un appello alle Istituzioni e all’industria

Oltre che ai singoli, però, l’appello di Afshin è rivolto anche alle Istituzioni e al mondo dell’industria: “le politiche dietetiche focalizzate sulla promozione di una dieta sana possono ottenere più benefici rispetto a quelle che si concentrano sulla lotta ai cibi a rischio. E c’è un bisogno urgente e impellente di cambiamenti a vari stadi del ciclo di produzione alimentare, dalla coltivazione alla lavorazione, dall’imballaggio al marketing”.

E Walter Willett, docente di Harvard e co-autore del lavoro, aggiunge: “l’adozione di diete che privilegiano cibi a base di soia, fagioli e altre fonti di proteine vegetali potranno avere importanti benefici per la salute sia umana sia dell’ambiente”.

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Mangiare pasta di sera combatte l’insonnia, e non ingrassa

Quasi 12 milioni di italiani non mangiano la pasta di sera per paura di ingrassare o di compromettere il sonno. Uno studio del Brigham and Women Hospital di Boston pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Public Health smentisce però questa convinzione. Mangiare pasta a cena rilassa, migliora il riposo notturno, e non fa ingrassare. Anzi, fa dimagrire. Una buona notizia per i 27 milioni di italiani che soffrono di disturbi del sonno. Lo studio dimostra infatti che la pastasciutta può essere consumata nelle ultime ore del giorno, soprattutto se siamo stressati e soffriamo d’insonnia. Questo, grazie alla presenza di Triptofano e Vitamine del gruppo B.

I Millennials non rinunciano alla cena con spaghettata tra amici

Se il 99% degli italiani mangia la pasta per il 65% dei consumi la pasta viene mangiata a pranzo, mentre solo il 35% si concentra a cena, riferisce Askanews. Inoltre, circa 11,6 milioni di italiani non mangiano mai la pasta a cena, mentre solo 3,8 milioni rinunciano alla carne, e 6,7 milioni dicono di no al pesce nell’ultimo pasto della giornata. Controcorrente i Millennials: per il 39% degli under 35 la spaghettata è un elemento irrinunciabile di una cena tra amici. E una quota significativa dei giovani del Sud (il 20%, soprattutto maschi) fa spesso il bis, portandola in tavola sia a pranzo sia a cena almeno 5 volte a settimana.

Triptofano, melatonina, e vitamine del gruppo B

La pasta è un’ottima alleata anche di sera, quindi, soprattutto se siamo stressati o soffriamo d’insonnia. “Il consumo di pasta favorisce la sintesi di insulina che, a sua volta, facilita l’assorbimento di triptofano, l’aminoacido precursore della serotonina, che regola l’umore, e della melatonina, che orienta il ritmo del sonno – commenta Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo, membro del consiglio direttivo della società italiana di scienze dell’alimentazione (S.I.S.A) -. Inoltre, le vitamine del gruppo B, presenti in quantità maggiore nella pasta integrale, implicano il rilassamento muscolare; soprattutto la B1, fondamentale per il sistema nervoso centrale, stimola la produzione di serotonina”.

Via libera quindi agli spaghetti di mezzanotte, un rito nato 40 anni fa, e tornato in auge grazie alla generazione under 35 e agli chef.

Masticare lentamente stimola i recettori che agiscono sul senso di sazietà

Sarebbe anche un’altra la ragione del potere ipnoinducente della pasta. Masticare lentamente e accuratamente stimola i recettori che agiscono sul senso di sazietà, riducendo quel senso di fame che ci porta a introdurre altro cibo.

“La masticazione è la prima fase della digestione. Frantumare il cibo in pezzi più piccoli fa sì che sia più esposto alla saliva, fondamentale per il metabolismo e più facile da digerire”, spiega Piretta. E nel caso della pasta, quella italiana è lavorata in modo tale da mantenere la tenuta al dente, consistenza che la rende più resistente alla masticazione e quindi più digeribile.

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Per la Generazione Z l’amore è tattica (e like)

Per la Generazione Z, ovvero i post Millennials, quelli nati tra il 1997 e il 2010, l’amore è una questione di tattica. Sembra infatti che i nativi digitali mettano al centro della loro fruizione quotidiana dei social media una vera e propria strategia di approccio che rivoluziona il linguaggio dell’amore. Z Factor, la ricerca ZooCom e Havas Media che profila la GenZ, rivela infatti un nuovo quadro di equilibri e rapporti interpersonali basati sul “like”. Il gesto social più semplice, ma carico di tanti significati e strategie.

Le 5 sfumature del like

I macro significati che può assumere un like sono cinque, visibilità, conquista, amicizia, update with, e non like. Essere visibili e avere tanti follower è sinonimo di desiderabilità. La caccia al “mi piace” è collegata all’esigenza di approvazione personale e misura la propria popolarità. E se tanti like manifestano interesse, essere uno dei primi ad alzare il pollice assicura di essere notati da chi si vuole conquistare. I like con finalità di conquista vengono elargiti generosamente, ma l’approccio diretto avviene tramite messaggio privato, per evitare gossip o imbarazzanti rifiuti. Gli amici invece sono gli easy like, ma un like poi può essere anche un modo di riavviare un rapporto raffreddato, come dire “ti ricordi di me?” Mentre il non like comunica disapprovazione, può significare delusione o prendere le distanze. Insomma, è indifferenza manifesta.

Tre profili, business, privato e fake

Questi processi, riporta Ansa, sono assolutamente naturali per la GenZ e si accompagnano a un monitoraggio assiduo di like, followers e visualizzazioni. I ragazzi tendono inoltre ad avere molteplici profili che usano con finalità diverse. Due ragazzi su tre trattano il loro profilo Instagram come se fosse un profilo di brand o da influencer, poiché hanno la necessità di tenere sotto controllo ogni metrica legata alla loro produzione social. Allo stesso modo il 73% dei ragazzi dichiara di aver utilizzato almeno una volta il profilo privato su Instagram. Il motivo non è la privacy, che la GenZ vive in modo molto più fluido rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta. Lo fanno per non perdersi le ultime novità sulla vita dei loro amici e per monitorare meglio chi li segue e chi no.

Il body language della rete e i rapporti interpersonali

E quasi tutti hanno un profilo fake. Di tratta di una strategia per mantenere l’anonimato o penetrare le barriere del profilo privato. La GenZ utilizza spesso e volentieri i profili fake per tenersi aggiornata, ad esempio, sugli ex. L’amore non ha smesso di essere complesso, ma le regole del gioco sono cambiate. Esiste un vero e proprio linguaggio segreto della Generazione Z, un body language della rete che conduce tutti i loro rapporti interpersonali. Questo linguaggio si espande e tocca anche il rapporto che hanno con influencer e pagine ufficiali delle aziende. Basta un contenuto sbagliato, un periodo prolungato di contenuti noiosi, e il like salta.

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Arriva il dizionario 4.0 per le imprese digitali

Arriva il dizionario 4.0, un vademecum sulle parole chiave dell’innovazione pensato per le imprese che vogliono conoscere come funzionano le nuove tecnologie, e come utilizzarle. Dall’advanced HMI al cloud computing alla cybersecurity fino alle wearable technologies, il dizionario 4.0 è lo strumento promosso dal Punto Impresa Digitale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi con l’obiettivo di coinvolgere le imprese in un percorso di crescita e approfondimento digitale. Non solo linguaggio, quindi, ma anche servizi gratuiti per la trasformazione digitale delle realtà imprenditoriali italiane.

Dall’advanced hmi alle wearable technologies

Il dizionario 4.0 contiene le parole di industria 4.0, utilizzati quindi dal linguaggio delle nuove tecnologie. Qualche esempio? Dalla advanced hmi, l’espressione che indica i dispositivi wearable (indossabili) e le interfacce uomo/macchina di ultima generazione, al bluetooth, dal cloud computing, la gestione remota di dati, al chatbot, un esempio di intelligenza artificiale (AI) che simula conversazioni umane in modo interattivo utilizzando frasi preimpostate. E ancora, da CRM (Customer Relationship Management), a cybersecurity, domotica, Internet of Things (IoT, Internet delle cose), IIoT (Industrial Internet of Things), Internet of Everything (Internet del tutto), NFC (Near Field Communication) fino alle wearable technologies, le tecnologie pensate per essere indossate da un corpo umano, che diviene il supporto naturale per farle funzionare.

I Digital Promoters al servizio degli imprenditori

E per gli imprenditori interessati alle nuove tecnologie di industria 4.0, ma che vogliano essere affiancati nel percorso digitale, sono in arrivo i Digital Promoters. Si tratta di esperti digitali che forniscono agli imprenditori un servizio di assistenza gratuita one-to-one. In primo luogo offrendo informazioni sui contributi per l’innovazione e il programma di incontri formativi ed eventi, oltre a garantire un assessment guidato per valutare la maturità digitale dell’impresa e tutte le indicazioni sui percorsi di digitalizzazione in chiave Impresa 4.0. Il tutto presso il Punto impresa Digitale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Ma cos’è l’industria 4.0?

Se ne parla da tempo, ma cos’è esattamente l’industria 4.0? Secondo il dizionario 4.0 dal Punto Impresa Digitale è il nuovo modello di produzione e organizzazione del lavoro che porta l’automazione industriale più tradizionale verso una forma di integrazione digitale di tutte le sue componenti. La cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, quindi, si basa sull’adozione di alcune tecnologie definite abilitanti che connettono sistemi fisici e digitali, l’analisi delle informazioni ricavate dalla Rete e una gestione più flessibile del ciclo produttivo.

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Spesometro: arriva l’Alert del fisco per differenze tra dichiarato e trasmesso

In base all’articolo 21 del Decreto legge 78/2010 “I titolari di partita Iva per i quali sono emerse differenze tra il volume d’affari dichiarato per il periodo d’imposta 2017 e l’importo delle operazioni trasmesse all’Agenzia delle Entrate con lo spesometro riceveranno un’apposita comunicazione”.

Questo è quanto si legge su Fisco Oggi, la rivista telematica dell’Amministrazione finanziaria. In questo modo, i contribuenti avvisati potranno verificare la correttezza dei rilievi effettuati, ed eventualmente, procedere alla regolarizzazione o chiedere ulteriori informazioni e chiarimenti.

“Consultare il dettaglio delle informazioni dalle quali emerge l’anomalia”

Il contribuente che si trovi ad avere un volume d’affari discordante con le informazioni in possesso dell’Agenzia delle Entrate, quindi, riceverà un Alert in cui, oltre ai suoi dati anagrafici e quelli identificativi dell’atto, verrà riportato “il totale delle operazioni comunicate dai suoi clienti titolari di partita Iva e di quelle effettuate nei confronti di consumatori finali comunicate dal contribuente stesso”.

Nella lettera “ci saranno anche tutte le istruzioni per consultare il dettaglio delle informazioni dalle quali emerge l’anomalia”, spiega l’Agenzia.

Attraverso le informazioni sugli scostamenti il contribuente potrà quindi verificarne la correttezza, e segnalare all’Amministrazione finanziaria eventuali elementi, fatti e circostanze sconosciute alla stessa, in grado di giustificare l’anomalia.

La comunicazione arriva per posta elettronica certificata o per posta ordinaria

La comunicazione arriva tramite posta elettronica certificata (Pec), riporta Adnkronos, oppure, in mancanza di un indirizzo Pec attivo, per posta ordinaria.

Con il provvedimento 517020/2018, l’Agenzia delle Entrate ha fissato, inoltre, anche le modalità di condivisione dei dati, dai quali risulterebbe l’omessa dichiarazione, totale o parziale, del volume d’affari conseguito nel 2017, con la Guardia di Finanza e i contribuenti interessati. Nello stesso documento viene indicata anche la modalità per regolarizzare la situazione o chiedere ulteriori informazioni e chiarimenti.

Se il Fisco ha ragione basta ravvedersi

I dati contenuti nella mail possono essere consultati anche nell’area riservata del portale dell’Agenzia delle Entrate riservata al proprio Cassetto fiscale, e sul portale Fatture e corrispettivi, che contiene tutte le informazioni identificative della dichiarazione Iva contestata, e tutte le operazioni e gli importi rilevanti ai fini dell’anomalia evidenziata.

Nel caso in cui il Fisco avesse ragione, per regolarizzare la propria posizione basta ravvedersi. Ogni contribuente, infatti, verificata la propria situazione, può regolarizzare eventuali omissioni o errori avvalendosi del ravvedimento operoso (articolo 13, Dlgs 472/1997), ricorda l’Amministrazione, che prevede uno sconto sulle sanzioni in ragione del tempo trascorso dalla violazione.

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Allarme privacy per le fatture elettroniche

Le e-fatture non rispettano la privacy. Secondo il Garante per la Privacy il nuovo obbligo della fatturazione elettronica presenta rilevanti criticità in ordine alla compatibilità con la normativa in materia di protezione dei dati personali. Per questo motivo ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di “far sapere con urgenza come intenda rendere conformi al quadro normativo italiano ed europeo i trattamenti di dati che verranno effettuati ai fini della fatturazione elettronica”. E ha inviato il provvedimento anche al Presidente del Consiglio dei ministri e al ministro dell’Economia e delle Finanze per le valutazioni di competenza. Questa è la prima volta che il Garante esercita il nuovo potere correttivo di avvertimento, anche a seguito di alcuni reclami.

Un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati

Il nuovo obbligo di fatturazione elettronica, esteso a partire dal 1 gennaio 2019, secondo il Garante presenta un rischio relativo anche ai rapporti tra fornitori e tra fornitori e consumatori. Un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, poiché comporta un trattamento sistematico, generalizzato e di dettaglio di dati personali su larga scala, potenzialmente relativo a ogni aspetto della vita quotidiana dell’intera popolazione. L’Agenzia, infatti, dopo aver recapitato le fatture attraverso il sistema di interscambio Sdi tra gli operatori economici e i contribuenti, archivierà e utilizzerà i dati anche a fini di controllo. Tuttavia non saranno archiviati solo i dati obbligatori a fini fiscali, ma la fattura vera e propria, che contiene di per sé informazioni di dettaglio ulteriori sui beni e servizi acquistati.

Le informazioni critiche contenute nella fattura

Il Garante, riporta Adnkronos, cita ad esempio, informazioni quali le abitudini e le tipologie di consumo, legate alla fornitura di servizi energetici e di telecomunicazioni, le regolarità nei pagamenti, l’appartenenza a particolari categorie di utenti, o addirittura la descrizione delle prestazioni sanitarie o legali. Altre criticità derivano dalla scelta dell’Agenzia delle entrate di mettere a disposizione sul proprio portale, senza una richiesta dei consumatori, tutte le fatture in formato digitale, anche per chi preferirà comunque continuare a ricevere la fattura cartacea o digitale direttamente dal fornitore.

In discussione anche la modalità di trasmissione

Ulteriori problemi pone il ruolo assunto dagli intermediari delegabili dal contribuente per la trasmissione, la ricezione e la conservazione delle fatture, alcuni dei quali operano anche nei confronti di una moltitudine di imprese.

Rischi aumentati quindi non solo per la sicurezza delle informazioni, ma anche per eventuali usi impropri, grazie a possibili collegamenti e raffronti tra fatture di migliaia di operatori economici.

Anche le modalità di trasmissione attraverso lo Sdi e la conservazione degli stessi dati presentano criticità per quanto riguarda i profili di sicurezza. A partire dalla mancata cifratura della fattura elettronica e dall’utilizzo della Pec per lo scambio delle fatture, con la conseguente possibile memorizzazione dei documenti sui server di posta elettronica.

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Come essere un buon capo, anche in ufficio

Quando si è stressati perdere la pazienza può capitare a tutti. Anche a chi comanda. Ma se ciò accade in ufficio, il rischio è di passare facilmente per un despota. Come instaurare quindi un clima di fiducia e rispetto reciproco fra capo e collaboratori, anche nei momenti critici? Alistair Cox, il numero uno della società di selezione Hays, ha individuato le quattro regole d’oro da seguire per diventare un buon capo ufficio, e riuscire a gestire al meglio il proprio team. Una su tutte, imparare a coinvolgere il più possibile lo staff nel processo creativo. “È importante trovare una via di mezzo tra fornire tutte le indicazioni – spiega Cox – e fare in modo che i collaboratori si ingegnino per portare avanti i compiti assegnati”. In questo modo, diventa più facile raggiungere gli obiettivi.

La sottile differenza tra delegare e incaricare

Regola numero 1: quando si impartiscono ordini chi è al comando deve trovare un giusto equilibrio tra il semplice delegare e l’incaricare i propri collaboratori. Ma soprattutto, deve saper comunicare quanto sia fondamentale il loro apporto per la buona riuscita di un progetto. Al contrario, spesso i manager si limitano a dettare un compito, rischiando così di demotivare le proprie risorse. Non meno importante (regola numero 2) è ascoltare prima di giudicare. All’insorgere delle criticità i veri leader non devono semplicemente “condannare” chi ha commesso un errore, ma mostrare la capacità di ascoltare e dare l’esempio.

Organizzare meeting frequenti

Regola numero 3: organizzare di frequente meeting e sessioni di coaching. Spesso chi è a capo di un team è oberato da scadenze e nuovi progetti. Questo, però, non deve far passare in secondo piano i momenti di scambio e confronto tra il capo e lo staff. “Le review non dovrebbero essere trattate semplicemente come un’opportunità una tantum per evidenziare errori e debolezze”, commenta Cox. Darsi appuntamento una volta all’anno non basta, i membri di un team devono ricevere sempre l’attenzione che meritano.

“La comunicazione è la chiave per entrare in sintonia con lo staff”

Interessarsi attivamente alla vita dei propri collaboratori è la regola numero 4. È importante infatti che un capo riconosca l’individualità delle persone che compongono il suo team. E per fare ciò, riporta Adnkronos, è bene andare oltre il rapporto superficiale che si instaura in molti ambienti lavorativi, senza rinunciare a mantenere un rapporto professionale. “La comunicazione – sottolinea Cox – è la chiave che ci permette di entrare in sintonia con lo staff. Discutendo di diversi argomenti, anche non lavorativi, i canali di comunicazione tra manager e dipendenti vengono automaticamente ampliati, con un maggiore senso di sicurezza per entrambi”.

 

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Residence Privilege Apartments | Domotica e risparmio energetico

I lussuosi appartamenti del Residence Privilege Apartments di Vimercate rappresentano la perfetta sintesi di quel che riguarda la domotica, e dunque la presenza di un elevato livello tecnologico che consente di controllare i dispositivi di casa, che quel che riguarda invece la sostenibilità ambientale, dato che i suoi lussuosi appartamenti sono stati realizzati tenendo a mente i concetti di risparmio energetico e superamento di ogni spreco. La particolare cura del loro design e la particolare tecnologia che contraddistingue ciascun appartamento sono in grado di regalare un soggiorno veramente speciale agli ospiti e farli sentire come a casa, grazie anche all’angolo cottura presente in ciascun alloggio nonché al bellissimo terrazzino di cui ogni appartamento dispone. Soluzioni d’alto profilo dunque, sia per chi è alla ricerca di una soluzione di alloggio per spostamenti personali o di piacere, che per quanti viaggiano invece per motivi di lavoro e necessitano di una soluzione che consenta al tempo stesso di potersi dedicare tranquillamente al proprio lavoro.

Questi appartamenti a Monza offrono inoltre tutta una serie di servizi particolarmente apprezzati dagli utenti quali il Wi-Fi gratuito, possibilità di inviare o ricevere fax, trasferimenti da e per gli aeroporti limitrofi, parcheggio privato, possibilità di portare con sé animali di piccole dimensioni, comodo servizio di lavanderia e stireria, deposito bagagli ed un bellissimo giardino in cui trovare il relax richiesto. C’è davvero tutto dunque per poter trovare il benessere desiderato, considerando anche la posizione strategica che consente di raggiungere facilmente Milano e Bergamo, oltre che Monza. È possibile provare a richiedere una quotazione online per scoprire la miglior tariffa disponibile per il periodo prescelto, o richiedere direttamente di ricevere un’offerta personalizzata sfruttando l’apposito form di contatto. Per informazioni è a disposizione il recapito telefonico 0395973861, il team sarà lieto di fornire rapidamente tutte le informazioni o indicazioni richieste.

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Tristezza da autunno, non tutti ne soffrono

Autunno, cadono le foglie… e a molti cala anche l’umore. Saranno le giornate che iniziano ad accorciarsi, il clima che diventa più umido e piovoso, ma per molti noi è più facile “ammalarsi” di winter blues, la tristezza dei mesi più freddi. Secondo uno studio sulla depressione stagionale, o SAD (Seasonal Affective Disorder), però alcune persone possiedono una sorta di scudo contro questa forma di depressione stagionale. E in generale le donne sembrano adattarsi meglio ai fattori di stress ambientale rispetto agli uomini. Pare infatti che alcune persone riescano a evitare la depressione mantenendo, o addirittura aumentando, i livelli di serotonina, il cosiddetto ormone del buonumore, per tutto l’anno. E questo accade, si legge su European Neuropsychopharmacology, anche se portatori di un gene che normalmente aprirebbe la strada al winter blues.

Colpa della mancanza di luce

Il disordine affettivo stagionale è causato proprio dalla mancanza di luce diurna, che porta ad un aumento della depressione durante l’inverno, specialmente nelle aree più lontane dall’equatore. Alcune ricerche hanno dimostrato che circa il 90% dei residenti di Copenaghen ne risentono, soffrendo di disturbi alimentari o del sonno. Sintomi clinici che con l’arrivo della primavera generalmente scompaiono.

“La luce del giorno è effettivamente un antidepressivo naturale”, spiega la ricercatrice  Brenda McMahon del Rigshospitalet di Copenaghen. Più giorni di luce impediscono quindi la rimozione di serotonina dal cervello.

Il gene della depressione

Gli scienziati, riporta Adnkronos, sostengono che il SAD è più comune nelle donne e nelle persone portatrici di un gene particolare (5-HTTLPR). Questa variante incide sulla rimozione del neurotrasmettitore dal cervello, tanto che la maggior parte dei farmaci anti-depressivi come il Prozac agisce rallentando proprio l’eliminazione della serotonina. Il team di Copenhagen guidato da Brenda McMahon ha condotto un studio su 23 giovani volontari con predisposizione genetica alla depressione, ma che, a sorpresa, facevano parte del 10% di danesi non condizionati dal cambio di stagione.

Le donne mantengono inalterati  i livelli di serotonina

I volontari sono stati sottoposto a scanner cerebrale (Pet) in estate, e poi per due volte in inverno, con l’obiettivo di osservare cosa accadeva alla serotonina. Gli studiosi hanno quindi riscontrato che il livello del trasportatore di serotonina diminuiva in media del 10% circa in inverno, con un calo maggiore nelle donne.

“Ma abbiamo anche notato – commenta McMahon – che alcuni tra i quali avrebbero dovuto sperimentare depressione stagionale, a causa della predisposizione genetica, erano comunque in grado di regolare la quantità di serotonina rimossa dal cervello, diventando più resistenti”. In particolare, le donne. Per loro i livelli di serotonina sono rimasti inalterati nel corso delle stagioni.

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