Maxi blitz contro le tv pirata. Multe fino a 25.000 euro

Smantellare e oscurare il fenomeno delle IPTV (Internet Protocol Television), le tv pirata online, che convertendo il segnale analogico della pay tv lo trasforma illegalmente in segnale web-digitale. È l’obiettivo di Eclissi, la maxi operazione internazionale condotta dalla Polizia di Stato, con il coordinamento della procura di Roma e dalle Agenzie europee Eurojust ed Europol. Un’indagine tecnico informatica sulla diffusione dei segnali in streaming effettuato dal Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni ha consentito infatti di individuare le sorgenti estere dalle quali parte il segnale “pirata”. Risultano indagate 23 persone.  In seguito alle indagini inoltre è stato arrestato a Salonicco Christos Papaoikonomu, il creatore e gestore di Xtream Codes. Papaoikonomu è stato trovato in possesso di oltre 110.000 euro in contanti, criptovalute e diverse centrali.

In Italia 5 milioni di utenti

Sky, Dazn, Mediaset, Netflix, Infinity e tante altre tv a pagamento: il tutto in cambio di 12 euro al mese. Si tratta di un business da 60 milioni di euro quello stroncato con l’operazione internazionale che ha consentito alla Guardia di finanza di individuare e disattivare Xtream Codes, la piattaforma internazionale di IPTV più diffusa tra i pirati informatici. Le persone coinvolte sono circa 5 milioni di utenti solo in Italia, per un volume di affari stimato di oltre 2 milioni di euro al mese. Inoltre rischiano di essere iscritti sul registro degli indagati anche i cittadini che hanno acquistato illegalmente i pacchetti di Pay Tv pirata. Che rischiano da sei mesi a 3 anni di reclusione e la multa fino a 25.822 euro.

Una fitta rete commerciale, diffusa su tutto il territorio nazionale

La piattaforma Xtream Codes “consente agevolmente la trasformazione in dati informatici dei flussi audiovisivi protetti da copyright – spiega il colonnello Giovanni Reccia, comandante del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche -. I membri dell’organizzazione, predisponevano e gestivano all’estero spazi informatici attraverso i quali ritrasmettevano i segnali su larga scala, anche in Italia. Una fitta rete commerciale, diffusa su tutto il territorio nazionale e con basi per lo più in Lombardia, Veneto, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia”.

Sequestrati 197 rapporti finanziari tra account paypal, postepay e conti corrente
Le indagini sono partite nel 2017 dal monitoraggio di una serie di siti che offrivano pacchetti illegali di abbonamento a pay tv. Dagli indirizzi Ip si è risaliti a una organizzazione complessa, che attraverso centinaia di server distribuiti in diversi Paesi e la decodifica del segnale, offriva agli utenti finali una vastissima scelta di programmi.

Oltre alle vere e proprie centrali adibite alla divulgazione abusiva del segnale sono state sequestrati 197 rapporti finanziari tra account paypal, postepay e conti corrente. Nei confronti dei responsabili dell’organizzazione si procede per associazione a delinquere finalizzata alla riproduzione e co

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I millennial vogliono i viaggi di nozze green

Per gli italiani gli ingredienti irrinunciabili del viaggio di nozze sono mete da sogno, esperienze uniche e tanto romanticismo. Ma negli ultimi tempi se ne aggiunge un altro, l’ecosostenibilità. Una tendenza trascinata dai millennial, che oggi costituiscono la maggioranza dei neo-sposi. E per i quali la difesa dell’ambiente è un tema molto sentito. La Generazione Y non vuole rinunciare alle proprie abitudini green neanche durante il viaggio di nozze, per il quale sceglie trasporti a impatto zero, soggiorni in eco-resort ed esperienze nella natura.

Rinunciare a volare

“Oggi le proposte per le lune di miele non possono non essere anche attente all’ambiente”, spiega Eleonora Sasso del reparto marketing di CartOrange, azienda di consulenti specializzata in viaggi di nozze. Per la luna di miele però è davvero difficile rinunciare alle destinazioni a lungo raggio, che richiedono necessariamente di volare. Esistono però alternative ai voli interni, che possono trasformarsi in esperienze uniche. Come i viaggi in treno, ad esempio, l’USA coast to coast, l’Eastern & Oriental Express da Bangkok a Singapore, o la Transiberiana. Oppure si può scegliere un viaggio di nozze in barca a vela, in caicco o catamarano, mezzi perfetti per scoprire in modo slow soprattutto Caraibi, Polinesia, Sudest Asiatico, Seychelles e Maldive. Ma il mezzo di trasporto a impatto zero per eccellenza è la bicicletta, magari con l’e-bike, l’idea vincente per esplorare le grandi metropoli.

Osservare la natura immergendosi nella wildlife

Se un itinerario a piedi fra le montagne più belle del mondo, mano nella mano, è uno dei modi più belli e spirituali per cominciare la propria vita insieme non è necessario partire per trekking impegnativi. “A Bali – continua Eleonora Sasso – è possibile staccarsi da spiagge e spa per inoltrarsi nella natura incontaminata, con proposte di soft trekking tra paesaggi di incredibile bellezza”.

E per gli sposi che vogliono immergersi nella wildlife una delle mete di punta secondo CartOrange è il Canada, dove le diverse stagioni offrono la possibilità di osservare diversi animali, dalle balene, avvicinabili in kayak, a orsi e lupi, da osservare assieme alle guide e soggiornando in eco-lodge appositamente costruiti.

Soggiornare in eco-resort o in un lodge completamente autosufficiente

Sono sempre di più le strutture ricettive che accettano la sfida di progettarsi, o riprogettarsi, in un’ottica sostenibile. Uno dei paesi più avanzati in questo senso è la Nuova Zelanda, dove sono molto diffuse le fattorie che consentono ai visitatori di avvicinarsi al vero stile di vita dei pastori neozelandesi, e i lodge completamente autosufficienti dal punto di vista energetico, e con sistemi avanzati di recupero rifiuti. Stesso discorso anche per l’Islanda, dove la natura incontaminata fa da scenario a eco-resort che si alimentano grazie all’energia geotermica naturalmente presente nel suolo.

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Cinque mosse per affrontare il post vacanze

Il ritorno al solito tran tran quotidiano, dopo le vacanze estive, può essere un vero e proprio trauma. Il suono della sveglia, l’ufficio, i viaggi in macchina o sui mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro, gli orari imposti… addio libertà e spensieratezza. Per una gran parte degli italiani la fine delle ferie rappresenta un momento di profonda tristezza che ha un nome, la sindrome da rientro. Per affrontare questo periodo con maggiore serenità, e tornare alla propria routine conservando tutti i benefici conquistati nelle vacanze, il portale PontoPro suggerisce una serie di strategie da adottare per conservare la serenità e il buonumore. Ecco i cinque consigli per un rientro soft.

Poco alla volta

Tornare di colpo alla routine quotidiana può essere davvero scioccante e generare effetti negativi. E’ meglio prepararsi in anticipo, quando si è ancora in villeggiatura, magari iniziando qualche giorno prima a reimpostare la sveglia sugli orari lavorativi, e soprattutto lasciandosi almeno uno o due giorni “cuscinetto” a casa propria prima di affrontare l’ufficio.

Organizzazione innanzitutto

L’organizzazione è amica della serenità. Anche per quanto riguarda il lavoro, è bene stilare una to do list così da saper riconoscere le priorità da affrontare e i compiti più urgenti da sbrigare. In questo modo, si avrà immediatamente chiaro cosa dovrà essere svolto subito e cosa invece potrebbe essere posticipato. Un minimo di organizzazione consente di ridurre sensibilmente lo stress.

Programmi positivi

Per allontanare la nostalgia delle vacanze, è utile programmare una serie di attività piacevoli che consentano di sentirsi ancora un po’ in vacanza. Finché il meteo lo consente, è opportuno organizzare qualche gita nei weekend, così come appuntamenti sociali con gli amici. Via libera anche a nuovi progetti e corsi stimolanti.

Attività fisica

Il movimento è amico del buonumore. Proseguire con l’attività fisica, meglio se all’aria aperta finché possibile, è un toccasana per il corpo e per la mente.

Benessere a tavola

Al fianco di una buona attività fisica, è sicuramente necessaria anche una sana alimentazione. Fare il pieno di energie e vitamine: il pesce azzurro con il suo Omega 3 e la frutta di stagione, come l’uva, ricca di melatonina, sono cibi preziosissimi per fronteggiare la sindrome da rientro.

Insomma, prendersi cura di se stessi, programmare appuntamenti piacevoli e soprattutto non farsi prendere dall’ansia grazie a una buona organizzazione sono i segreti per prolungare i benefici delle vacanze per tutto l’arco dell’anno.

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Le Colline del Prosecco nominate 55° sito italiano Unesco

Con la decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, in corso a Baku (Azerbaijan), si riconosce “il valore universale di un paesaggio culturale e agricolo unico, scaturito da una straordinaria, sapiente interazione tra un’attività produttiva di eccellenza e la natura di un territorio affascinante”.

Con queste parole il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, commenta l’iscrizione delle colline superiori del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, in Veneto, nella Lista dei siti patrimoni culturali e naturali dell’umanità. Una decisione che rafforza il primato dell’Italia nel vantare il maggior numero di siti riconosciuti a livello mondiale. Che da oggi sono 55.

Una spinta a mantenere alti gli standard

“Ancora una volta il nostro Paese, con 55 siti in lista, dimostra di avere eccellenze uniche al mondo e si conferma tra le nazioni con il maggior numero di luoghi e attività inserite nel patrimonio Unesco – dichiara il ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli -. C’è di che esserne fieri, ma è anche una grande responsabilità perché bisogna mantenere alti gli standard”.

Secondo il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Gian Marco Centinaio, si tratta di un riconoscimento che “valorizza le straordinarie qualità sceniche e le tradizioni di un paesaggio culturale unico di eccezionale valore mondiale. Una terra dalla quale nascono i frutti che danno vita a uno dei prodotti che più caratterizza l’eccellenza del nostro Made in Italy”.

Premiate le bollicine più amate all’estero

L’aumento record del 21% delle vendite in valore nel 2019 sui mercati esteri, dove il Prosecco è il vino Made in Italy maggiormente esportato, spinge il riconoscimento da parte dell’Unesco alle bollicine italiane più popolari.

“Un risultato atteso che riconosce l’importanza di un territorio dallo straordinario valore storico, culturale e paesaggistico in grado di esprimere una produzione che ha saputo conquistare apprezzamenti su scala mondiale”, aggiunge il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Delle 464 milioni di bottiglie Doc vendute lo scorso anno, prodotte su oltre 24mila ettari di vigneti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, circa 2 su 3 sono state infatti vendute all’estero, dove la Gran Bretagna è di gran lunga il Paese che ne consuma di più.

Aumentare l’impegno per la tutela dell’ecosistema e la biodiversità

Ora però la sfida è quella di conservare i caratteri specifici e tradizionali di questo territorio per poterli trasmettere alle generazioni future, riporta Adnkronos. L’iscrizione delle colline del Prosecco nella Lista dei patrimoni dell’umanità ora infatti impone “una maggiore responsabilità nella gestione del territorio – spiega il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa – adesso che le luci del mondo si sono accese su questa zona, e che tutto il mondo ci guarda e ci guarderà nei prossimi anni, è fondamentale che tutti gli attori istituzionali aumentino l’impegno per la tutela dell’ecosistema e della biodiversità, trasformando questa zona in un esempio di sostenibilità libero dai pesticidi”.

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In Italia mancano 236 mila talenti del lusso

I grandi marchi Made in Italy sono a caccia di talenti del lusso, e da qui al 2023 all’appello ne mancano circa 236 mila. Si tratta di una carenza di personale che riguarda le industrie manifatturiere delle eccellenze nei diversi settori, dall’automobilistica al design, dai mobili alla gioielleria, fino all’ospitalità, la nautica e l’alimentare. A segnalarlo è Altagamma, la Fondazione guidata da Andrea Illy, cui fanno capo le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana. Un comparto che in Italia fattura 115 miliardi di euro, contribuendo al Pil per il 6,85% e per il 53% all’export.

Il 70% del fabbisogno di personale corrisponde a profili tecnici e professionali

Tra i settori l’automotive è il più esigente, perché ha bisogno di 89.400 tra progettisti, meccatronici e manutentori. A sorpresa è seguito dall’alimentare, con una richiesta di 49.000 unità tra tecnici della vinificazione e della comunicazione, e guide enoturistiche.

La moda invece ha bisogno di 46.400 professionisti, in particolare tecnici specializzati in calzature, pelletteria, sartoria, tessuto e maglieria, e il mondo dell’ospitalità di lusso ha una richiesta di 33.220 addetti. Il design e il settore del mobile da oggi al 2023 manifestano invece una carenza di 18.300 artigiani e tecnici specializzati. In pratica, il 70% del fabbisogno di personale “vacante” corrisponde a profili tecnici e professionali.

Mancanza di formazione adeguata e di informazione sulle prospettive di lavoro

Alla radice del problema vi è la mancanza di una formazione adeguata, ma anche di un’informazione sulle prospettive di lavoro offerte da questi settori.

“Si tratta di mestieri manuali che vanno valorizzati per formare i talenti del futuro – commenta Illy – altrimenti le manifatture andranno all’estero. L’Italia ha un sistema di istruzione professionale complicato frammentato tra governo e regioni, e anche i sistemi legislativi sono complicati perché per creare istituti tecnici superiori bisogna affidarsi a una fondazione. Oggi ce ne sono soltanto 90 in Italia”.

Inoltre, è fondamentale rivedere il rapporto tra le scuole e le industrie, “avvicinandole il più possibile – aggiunge il vice ministro allo Sviluppo Dario Galli – e fare un’azione importante sulle famiglie”, facendo capire che si tratta di professioni decisamente più soddisfacenti di altre che vengono considerate più importanti.

L’esperienza positiva di Lamborghini e Fendi

Grazie a un partenariato pubblico-privato Lamborghini invece non ha un problema di carenza di personale, e negli ultimi due anni ha assunto 700 persone e raddoppiato gli stabilimenti. “I nostri investitori, gli azionisti del gruppo Volkswagen tramite Audi hanno investito da noi e hanno lasciato le competenze – spiega Stefano Domenicali, presidente e AD di Lamborghini. Anche se dobbiamo guardare avanti, e il tema delle competenze e di come stanno cambiando è il tema centrale del futuro”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, riferisce Adnkronos, è l’osservatorio di Fendi. “L’artigianato è un’opportunità fantastica per l’Italia per creare posti di lavoro – sostiene Serge Brunschwig, presidente e AD di Fendi -. Noi come Fendi e tutta l’industria della moda siamo in crescita, anche sui mercati esteri”.

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Facebook e Google non ascoltano le nostre telefonate, non ne hanno bisogno

La convinzione che i nostri smartphone “ascoltino” ciò di cui parliamo è infondata, nonostante spesso accada che una pubblicità correlata all’argomento della nostra conversazione all’improvviso ci venga mostrata su Facebook o Instagram. Ed è una sensazione nota quella di pensare che in qualche modo il microfono del nostro smartphone abbia trasmesso un’informazione, trasformata poi in un contenuto sponsorizzato. Ma non è così, di fatto il tracciamento della nostre vite digitali dice tutto di noi, e Facebook, Instagram  e Google non hanno bisogno di ascoltare le nostre telefonate.

I fornitori di servizi online dispongono già dei nostri dati

Che le cose stanno proprio così lo ha ricordato anche Tristan Harris, co-fondatore del Center for Human Technology, ed ex responsabile dell’etica dei prodotti Google. Con la quantità di dati di cui dispongono i fornitori di servizi online, social e motori di ricerca non hanno affatto bisogno di ascoltare quello che diciamo. Al loro interno, spiega Harris, i server di Google o Facebook funzionano “come una piccola bambola Voodoo” che replica la nostra identità digitale. Clic col mouse, soste nella lettura di un articolo, visualizzazione di un punto preciso di una pagina, fotografie che guardiamo, profili che cerchiamo, sono dati che vanno ad alimentare l’identità del nostro alter-ego. La bambola Voodoo che, come dice Harris, intrisa di informazioni sul nostro comportamento, “si comporta sempre di più come l’utente reale”.

Lo stesso meccanismo che da sempre costituisce il business dei servizi gratuiti

Quello che avviene è una simulazione basata su modelli statistici e sulla proiezione digitale dei nostri bisogni fisici. In questo modo tutto ciò che società come Google e Facebook devono fare è “simulare la conversazione che la bambola Voodoo sta avendo, così ne conoscono il contenuto senza dover accedere al microfono”.

Perfezionato costantemente per anni il meccanismo è lo stesso che da sempre costituisce il business principale delle realtà che offrono servizi apparentemente gratuiti, ma che in realtà vengono ampiamente ripagati dai dati che cediamo loro. Una magia che si consuma all’interno dei database di miliardi di informazioni che cediamo volontariamente in cambio dell’utilizzo di funzioni per le quali non è richiesto un pagamento in denaro.

Non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni

Nel suo discorso, Tristan Harris fa riferimento in particolare all’analisi forense dei dati. Le analisi forensi consentono infatti di analizzare il contenuto delle informazioni che vengono trasmesse, oltre ad accertare quando e come il microfono venga attivato. Grazie a questo tipo di controlli, svolti da giornalisti, centri di ricerca e organizzazioni per i diritti digitali di tutto il mondo, sarebbe pressoché impossibile che un’app acceda senza autorizzazione al microfono degli smartphone senza che qualcuno se ne accorga (per non parlare dell’incremento del consumo di batteria). Tutti elementi, riporta Agi, che dovrebbero convincere del fatto che non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni. In realtà, noi già le forniamo alle aziende in modo spontaneo.

 

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“Mangiar male uccide più del fumo”

La conclusione di uno studio pubblicato su The Lancet, definito l’analisi più completa degli effetti della dieta sulla salute, è lapidaria: mangiare male uccide più del fumo, della pressione alta e di qualunque altro fattore di rischio. A livello globale infatti una morte su 5 è riconducibile a un’alimentazione scorretta, ovvero povera di cibi alleati della salute, come i cereali integrali e i vegetali, e ricca di ingredienti poco sani, come sale e bevande zuccherate. Secondo lo studio, a cui hanno contribuito oltre 130 scienziati di quasi 40 Paesi del mondo, un quinto dei decessi potrebbe essere evitato adottando una dieta salutare. Che per gli esperti avrebbe l’impatto di un farmaco blockbuster.

“Siamo quello che mangiamo”

“Tutti noi siamo quello che mangiamo – sottolinea il coordinatore dello studio Ashkan Afshin, dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme) dell’università di Washington (Usa) -. e il rischio riguarda trasversalmente persone diverse per età, sesso e status economico”.

Nel 2017 un regime alimentare sbagliato è stato responsabile di 10,9 milioni di morti (contro gli 8 milioni di decessi associati al tabacco e i 10,4 milioni da ipertensione), pari al 22% delle morti registrate Una dieta scorretta inoltre è risultata complessivamente responsabile di 255 milioni di anni persi per morte prematura determinata da una patologia, o perché vissuti con disabilità (Dalys).

Nel 2017 l’Egitto ha riportato il più alto tasso di decessi legati all’alimentazione 

Tra i 20 Paesi più popolosi del pianeta nel 2017 è stato l’Egitto a riportare il più alto tasso di decessi legati all’alimentazione e il numero maggiore di Dalys, mentre all’estremo opposto c’è il Giappone. Ma benché l’effetto dei singoli fattori dietetici sia variabile da un Paese all’altro sono 3 le abitudini che coprono più della metà dei decessi associati a una cattiva alimentazione e 2 terzi (66%) dei Dalys: basso apporto di cereali integrali, poca frutta, alto consumo di sodio. L’altra metà delle morti e il 34% dei Dalys vengono invece ricondotti a un elevato consumo di carne rossa, carni lavorate, bibite zuccherate e acidi grassi trans. In altre parole, commenta Afshin, “stiamo evidenziando che ‘pesa’ di più mangiare pochi cibi sani che consumarne tanti malsani”.

Un appello alle Istituzioni e all’industria

Oltre che ai singoli, però, l’appello di Afshin è rivolto anche alle Istituzioni e al mondo dell’industria: “le politiche dietetiche focalizzate sulla promozione di una dieta sana possono ottenere più benefici rispetto a quelle che si concentrano sulla lotta ai cibi a rischio. E c’è un bisogno urgente e impellente di cambiamenti a vari stadi del ciclo di produzione alimentare, dalla coltivazione alla lavorazione, dall’imballaggio al marketing”.

E Walter Willett, docente di Harvard e co-autore del lavoro, aggiunge: “l’adozione di diete che privilegiano cibi a base di soia, fagioli e altre fonti di proteine vegetali potranno avere importanti benefici per la salute sia umana sia dell’ambiente”.

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Mangiare pasta di sera combatte l’insonnia, e non ingrassa

Quasi 12 milioni di italiani non mangiano la pasta di sera per paura di ingrassare o di compromettere il sonno. Uno studio del Brigham and Women Hospital di Boston pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Public Health smentisce però questa convinzione. Mangiare pasta a cena rilassa, migliora il riposo notturno, e non fa ingrassare. Anzi, fa dimagrire. Una buona notizia per i 27 milioni di italiani che soffrono di disturbi del sonno. Lo studio dimostra infatti che la pastasciutta può essere consumata nelle ultime ore del giorno, soprattutto se siamo stressati e soffriamo d’insonnia. Questo, grazie alla presenza di Triptofano e Vitamine del gruppo B.

I Millennials non rinunciano alla cena con spaghettata tra amici

Se il 99% degli italiani mangia la pasta per il 65% dei consumi la pasta viene mangiata a pranzo, mentre solo il 35% si concentra a cena, riferisce Askanews. Inoltre, circa 11,6 milioni di italiani non mangiano mai la pasta a cena, mentre solo 3,8 milioni rinunciano alla carne, e 6,7 milioni dicono di no al pesce nell’ultimo pasto della giornata. Controcorrente i Millennials: per il 39% degli under 35 la spaghettata è un elemento irrinunciabile di una cena tra amici. E una quota significativa dei giovani del Sud (il 20%, soprattutto maschi) fa spesso il bis, portandola in tavola sia a pranzo sia a cena almeno 5 volte a settimana.

Triptofano, melatonina, e vitamine del gruppo B

La pasta è un’ottima alleata anche di sera, quindi, soprattutto se siamo stressati o soffriamo d’insonnia. “Il consumo di pasta favorisce la sintesi di insulina che, a sua volta, facilita l’assorbimento di triptofano, l’aminoacido precursore della serotonina, che regola l’umore, e della melatonina, che orienta il ritmo del sonno – commenta Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo, membro del consiglio direttivo della società italiana di scienze dell’alimentazione (S.I.S.A) -. Inoltre, le vitamine del gruppo B, presenti in quantità maggiore nella pasta integrale, implicano il rilassamento muscolare; soprattutto la B1, fondamentale per il sistema nervoso centrale, stimola la produzione di serotonina”.

Via libera quindi agli spaghetti di mezzanotte, un rito nato 40 anni fa, e tornato in auge grazie alla generazione under 35 e agli chef.

Masticare lentamente stimola i recettori che agiscono sul senso di sazietà

Sarebbe anche un’altra la ragione del potere ipnoinducente della pasta. Masticare lentamente e accuratamente stimola i recettori che agiscono sul senso di sazietà, riducendo quel senso di fame che ci porta a introdurre altro cibo.

“La masticazione è la prima fase della digestione. Frantumare il cibo in pezzi più piccoli fa sì che sia più esposto alla saliva, fondamentale per il metabolismo e più facile da digerire”, spiega Piretta. E nel caso della pasta, quella italiana è lavorata in modo tale da mantenere la tenuta al dente, consistenza che la rende più resistente alla masticazione e quindi più digeribile.

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Per la Generazione Z l’amore è tattica (e like)

Per la Generazione Z, ovvero i post Millennials, quelli nati tra il 1997 e il 2010, l’amore è una questione di tattica. Sembra infatti che i nativi digitali mettano al centro della loro fruizione quotidiana dei social media una vera e propria strategia di approccio che rivoluziona il linguaggio dell’amore. Z Factor, la ricerca ZooCom e Havas Media che profila la GenZ, rivela infatti un nuovo quadro di equilibri e rapporti interpersonali basati sul “like”. Il gesto social più semplice, ma carico di tanti significati e strategie.

Le 5 sfumature del like

I macro significati che può assumere un like sono cinque, visibilità, conquista, amicizia, update with, e non like. Essere visibili e avere tanti follower è sinonimo di desiderabilità. La caccia al “mi piace” è collegata all’esigenza di approvazione personale e misura la propria popolarità. E se tanti like manifestano interesse, essere uno dei primi ad alzare il pollice assicura di essere notati da chi si vuole conquistare. I like con finalità di conquista vengono elargiti generosamente, ma l’approccio diretto avviene tramite messaggio privato, per evitare gossip o imbarazzanti rifiuti. Gli amici invece sono gli easy like, ma un like poi può essere anche un modo di riavviare un rapporto raffreddato, come dire “ti ricordi di me?” Mentre il non like comunica disapprovazione, può significare delusione o prendere le distanze. Insomma, è indifferenza manifesta.

Tre profili, business, privato e fake

Questi processi, riporta Ansa, sono assolutamente naturali per la GenZ e si accompagnano a un monitoraggio assiduo di like, followers e visualizzazioni. I ragazzi tendono inoltre ad avere molteplici profili che usano con finalità diverse. Due ragazzi su tre trattano il loro profilo Instagram come se fosse un profilo di brand o da influencer, poiché hanno la necessità di tenere sotto controllo ogni metrica legata alla loro produzione social. Allo stesso modo il 73% dei ragazzi dichiara di aver utilizzato almeno una volta il profilo privato su Instagram. Il motivo non è la privacy, che la GenZ vive in modo molto più fluido rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta. Lo fanno per non perdersi le ultime novità sulla vita dei loro amici e per monitorare meglio chi li segue e chi no.

Il body language della rete e i rapporti interpersonali

E quasi tutti hanno un profilo fake. Di tratta di una strategia per mantenere l’anonimato o penetrare le barriere del profilo privato. La GenZ utilizza spesso e volentieri i profili fake per tenersi aggiornata, ad esempio, sugli ex. L’amore non ha smesso di essere complesso, ma le regole del gioco sono cambiate. Esiste un vero e proprio linguaggio segreto della Generazione Z, un body language della rete che conduce tutti i loro rapporti interpersonali. Questo linguaggio si espande e tocca anche il rapporto che hanno con influencer e pagine ufficiali delle aziende. Basta un contenuto sbagliato, un periodo prolungato di contenuti noiosi, e il like salta.

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Arriva il dizionario 4.0 per le imprese digitali

Arriva il dizionario 4.0, un vademecum sulle parole chiave dell’innovazione pensato per le imprese che vogliono conoscere come funzionano le nuove tecnologie, e come utilizzarle. Dall’advanced HMI al cloud computing alla cybersecurity fino alle wearable technologies, il dizionario 4.0 è lo strumento promosso dal Punto Impresa Digitale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi con l’obiettivo di coinvolgere le imprese in un percorso di crescita e approfondimento digitale. Non solo linguaggio, quindi, ma anche servizi gratuiti per la trasformazione digitale delle realtà imprenditoriali italiane.

Dall’advanced hmi alle wearable technologies

Il dizionario 4.0 contiene le parole di industria 4.0, utilizzati quindi dal linguaggio delle nuove tecnologie. Qualche esempio? Dalla advanced hmi, l’espressione che indica i dispositivi wearable (indossabili) e le interfacce uomo/macchina di ultima generazione, al bluetooth, dal cloud computing, la gestione remota di dati, al chatbot, un esempio di intelligenza artificiale (AI) che simula conversazioni umane in modo interattivo utilizzando frasi preimpostate. E ancora, da CRM (Customer Relationship Management), a cybersecurity, domotica, Internet of Things (IoT, Internet delle cose), IIoT (Industrial Internet of Things), Internet of Everything (Internet del tutto), NFC (Near Field Communication) fino alle wearable technologies, le tecnologie pensate per essere indossate da un corpo umano, che diviene il supporto naturale per farle funzionare.

I Digital Promoters al servizio degli imprenditori

E per gli imprenditori interessati alle nuove tecnologie di industria 4.0, ma che vogliano essere affiancati nel percorso digitale, sono in arrivo i Digital Promoters. Si tratta di esperti digitali che forniscono agli imprenditori un servizio di assistenza gratuita one-to-one. In primo luogo offrendo informazioni sui contributi per l’innovazione e il programma di incontri formativi ed eventi, oltre a garantire un assessment guidato per valutare la maturità digitale dell’impresa e tutte le indicazioni sui percorsi di digitalizzazione in chiave Impresa 4.0. Il tutto presso il Punto impresa Digitale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Ma cos’è l’industria 4.0?

Se ne parla da tempo, ma cos’è esattamente l’industria 4.0? Secondo il dizionario 4.0 dal Punto Impresa Digitale è il nuovo modello di produzione e organizzazione del lavoro che porta l’automazione industriale più tradizionale verso una forma di integrazione digitale di tutte le sue componenti. La cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, quindi, si basa sull’adozione di alcune tecnologie definite abilitanti che connettono sistemi fisici e digitali, l’analisi delle informazioni ricavate dalla Rete e una gestione più flessibile del ciclo produttivo.

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